Il fiume della vita di Eugenio Borgna

Questo è il destino: stare di fronte

e nient’altro che questo e sempre di fronte

(Rilke, Elegie duinesi, trad. di Maria Grazia Marzot, cit. nel libro))

 

E’ questo di Eugenio Borgna il libro autobiografico, Il fiume della vita, Feltrinelli, 2020, dedicato alla memoria della madre. Ma Borgna è e rimane uno psichiatra e la sua vita è tutta attraversata dall’incontro con la follia, molto più prossima a noi di quanto non si voglia credere. È la psichiatria «come fonte di riflessione sulla condizione umana ferita dal male di vivere, e nondimeno aperta ai bagliori della speranza». Il libro è intessuto e fortemente sostenuto dalle molteplici citazioni di autori della letteratura, quasi a dire che sono loro i più lucidi lettori e interpreti della sofferenza dell’animo umano, quella stessa che vediamo protagonista nelle ansie, depressioni e confusioni che caratterizzano la follia. C’è oggi una tendenza ad avvicinare il più possibile il dipartimento di psichiatria agli altri, quasi a dire che tra un disturbo del comportamento o dell’umore e una patologia organica, ad esempio un ernia, la differenza sia solo di luogo: una nella parte bassa, l’altra nel cervello. Per questa via, anche l’animo umano viene consegnato alla tecnica perché ne curi la “normalizzazione”. Borgna ha visto negli psicofarmaci una scoperta che consente di rendere possibile una comunicazione, un colloquio, ma ha sempre sostenuto senza esitazione che «la psichiatria è (anche) scienza dell’anima, e ha come destino quello, come ha scritto un grande e umano psichiatra svizzero, Manfred Bleuler, di dare una mano a chi è naufragato sugli scogli della disperazione». La cura, il prendersi cura, l’avere cura sono le modalità propriamente umane di stare con chi soffre e in quell’esperienza nasce la «memoria del futuro» intesa come speranza, come fiducia nella possibilità. «

«La memoria del futuro non è uno slogan improvvisato o rapsodico ma un orizzonte di senso che dilata la nostra percezione della interiorità e del tempo, del tempo come metamorfosi senza fine, che dal presente precipita nel passato, e che dal passato rinasce con la cascata dei ricordi dai quali il futuro è talora rigenerato nel solco di concordanze ancora più enigmatiche e forse insondabili di quelle che uniscano il presente al passato». L’esperienza della vicinanza autentica ha a che fare con la verità ed è capace di generare quel senso senza il quale la vita non avrebbe senso. Anche chi è immerso nella malattia mentale ha bisogno di un senso, ne ha disperatamente bisogno, magari senza averne consapevolezza. Ma di certo nessuno potrebbe dare senso al proprio esserci senza una memoria del futuro. In queste riflessioni ritorna sant’Agostino, soprattutto quello delle Confessioni e dei Soliloqui, l’uomo che riflette sulla propria esistenza

Dalla sua lunga esperienza sul campo, l’autore deriva la constatazione che non conosciamo le cause della follia ma, al massimo «si intravedono condizioni di vita che ne rendano più facile la insorgenza, e fra queste l’età di passaggio fra adolescenza e post-adolescenza». L’età dell’inizio della gioventù sarebbe dunque il momento in cui diventano leggibili sintomi di disadattamento prima ancora confusi. Con quei sintomi può essere che si trascorra tutta la vita. Va detto, va riconosciuto che la follia è una condizione di vita «radicalmente umana e che in essa rinasce una disperata nostalgia di incontro e di dialogo» proprio perché nelle varie forme psicotiche o depressive «riemergono insolite sensibilità: facilmente perdute nel mondo della normalità». Spesso, la sensibilità dell’artista si accompagna a forme di apparente squilibrio ma invero egli frequenta territori periferici della vita e quindi esperienze precluse alle nostre esistenze normalizzate. Il libro non può allora non dare largo spazio al testo artistico nella persona di nomi a lui cari, da Rilke a Baudelaire, e poi Canetti, Corazzini, Dostoevskij, Hillesum, Holderlin, Leopardi, Kundera, Mann, Montale, Musil, Nietzsche, Proust, Pascoli, Schopenhauer, Tolstoj, Teresa d’Avila, Trakl, Simone Weil, Benjamin. L’elenco, ancora più lungo, serva a rendersi conto che questo libro non sarebbe potute essere scritto senza la collaborazione decisiva di questi personaggi che hanno visto e sentito qualcosa in più, che hanno saputo indicare oltre l’orizzonte normalizzato.

Sono molti i temi attraversati da questo «Fiume della vita» e non è possibile indicarli tutti. L’intenzione qui era solo di far comprendere il senso della psichiatria per Eugenio Borgna, il quale sta vivendo appieno l’età dei necessari e fatali bilanci del proprio percorso della vita. Rapidamente indico ancora due dei molteplici temi trattati: le rilevanze del manicomio e la Legge Basaglia.

«Nella mia vita in manicomio l’esperienza più frequente è stata quella della malinconia, che può sconfinare nella depressione, benché l’una sia radicalmente diversa dall’altra. Sciami di ricordi sgorgano ora dai vasti quartieri della mia memoria, facendo rinascere le immagini, i volti, gli sguardi, il friabile sorriso e le lacrime, la disperazione e la speranza, delle molte pazienti, immerse nel lago oscuro della malinconia, e della depressione, che sono state risanate. Ne vorrei parlare». Questo stato d’animo fa pesare in modo prevalente il nostro passato rispetto al presente e al futuro. Il modo di vivere si consuma nei ricordi. E’ cosa diversa dalla depressione che ne è piuttosto la versione patologica, più intensa e radicale, dove ogni barlume di futuro ha perso forza lasciando la persona in una disperazione sconfortante e priva di volontà. Non si può vivere senza memoria, ma come ci serve la memoria del passato sulla quale fondiamo la nostra identità, del pari è indispensabile la “memoria del futuro”, intesa come speranza che domani potremo ancora fare cose che oggi apprezziamo e pregustiamo. Ecco, se nella malinconia la memoria del futuro si scolora, nella depressione si oscura, non c’è più. Tra le varie citazioni, scelgo una strofa di Corazzini, morto a 21 anni ma sicuramente poeta di alta sensibilità:

“ Vuoi

darmi la nostalgia

di una canzone morta?

Sei triste, mi dai pena

questa sera; non canti, non mi parli…

Che hai? Malinconia

di morire? Ti duoli

perché siamo soli?

Ricordi l’ultimo ballo

nel tuo salotto giallo

roso dai tarli?”

 

Se la malinconia è stata fonte di letteratura (Mann, Leopardi), la depressione no, essa va curata con farmaci e psicoterapia, sempre sapendo che nel depresso c’è un mondo rammutolito ma non indifferente, anzi, ancora più sensibile e delicato. I fenomeni depressivi sono «infinitamente meno frequenti delle condizioni emozionali di tristezza, di malinconia e di male di vivere, che fanno parte della vita». Ma il fenomeno depressivo immerge nella solitudine e allontana dalla vita, dalle persone, dal mondo, «imprigionando in un silenzio pietrificato dal quale le parole sfuggono inafferrabili». Come già detto, scompare la memoria del futuro.

Altra protagonista del manicomio è la schizofrenia, «la malattia psichica più dolorosa ed enigmatica». Quale la cura? «Non si coglie il senso segreto della cura in psichiatria, se non si cerca di entrare in relazione con chi chiede aiuto». Il mistero della cura presuppone la disponibilità a scendere «nel cuore dei pensieri e delle emozioni delle persone, alle quali si rivolge, avviandosi alla comprensione del mistero della cura, che non può se non essere comunità di cura e talora comunità di destino». Ecco due termini chiave per Borgna. La comunità di cura ha il compito di creare alleanze solidali intorno al malato ma sarà la comunità di destino a raggiungere il livello profondo del sentire propriamente umano, dove noi sappiamo che siamo fatti per vivere insieme agli altri e solo così potremo scoprire chi siamo noi. Se la comunità di cura, ora fuori dalle strette mura manicomiali, è facilmente intuibile, la comunità di destino chiama in causa frequenze emotive sottili, intuitive, dove la cura dell’altro diventa anche cura di sé. E’ il sentire che tutti apparteniamo allo stesso destino e proprio per questo possiamo comprenderci e la tua terapia è anche una terapia per me. Alla comunità di cura sono anche oggi chiamati tutti: medici, infermieri, familiari, amici, volontari. Tra questi, qualcuno saprà anche portare il senso del nostro comune destino. «Gentilezza e accoglienza, disponibilità ad ascoltare senza fine e compiere gesti di stremata solidaretà, pazienza e, sfidando ogni gelida aridità tecnica, amicizia. Sono cose che hanno scritto psichiatri famosi del secolo scorso,

“Ludwig Binswanger e Manfred Bleuler ad esempio, e allora posso dirle anch’io: senza timore».

Infine, la legge Basaglia ovvero la chiusura dei manicomi. «Una legge rivoluzionaria, che ha ridato dignità e libertà ai pazienti, e che non è stata ancora realizzata fino in fondo». Una riforma così rivoluzionaria non può avvenire senza una formazione emozionale e culturale degli operatori e questo è stato un vulnus che ha creato compromessi: « Senza passione della speranza e senza entusiasmo, senza autentiche attitudini alla immedesimazione e all’ascolto del linguaggio delle parole, degli sguardi e dei volti, non si fa una psichiatria come quella immaginata da Basaglia». In alternativa ai manicomi nascevano i servizi territoriali, che vennero successivamente resi autonomi e tutto questo ha reso arduo pensare a comunità di cura e di destino mentre spesso i luoghi di incontro a domicilio erano e sono disadorni quando non trasandati come le persone che li abitano. Borgna insiste sul fatto che ci sono malattie mentali curabili e tra queste pone la schizofrenia, la quale, pur essendo buia e fredda, può migliorare con opportuni antipsicotici e psicoterapia, mai disgiunti da umana sensibilità, perché in gioco c’è una persona che sente, che ha un cuore. Mentre oggi si rafforza una psichiatria positivista, incentrata sul farmaco e propensa a guardare chi soffre come un malato da curare secondo protocolli.

L’impressione che lascia la lettura di questo libro, del quale ho tralasciato le parti più autobiografiche, è che all’essere umano e allo psichiatra si richiedano virtù non comuni, disponibilità autentiche e profonde che oggi sentiamo declamare da più parti ma che si fatica a cogliere anche in chi se ne fa predicatore. E questo perché sono virtù impegnative, ardue. Non è il caso di Eugenio Borgna, se non altro perché è impossibile non avvertire l’autenticità dei suoi testi. E comunque, anche se il compito appare difficile, il libro sembra dirci che non c’è un’altra via.